La dieta chetogenica non è iperproteica

Con dieta iperproteica si indica un particolare regime alimentare caratterizzato da un maggior consumo di cibi contenenti proteine rispetto a quelli composti da carboidrati, sia semplici che complessi, il cui impiego è molto limitato. Generalmente, chi segue questo regime alimentare, elemina in primis i primi piatti e il pane, riducendo anche i grassi ad effetto benefico.

In condizioni normali, il principale compito delle proteine è fornire aminoacidi per la costruzione e il rinnovamento dei tessuti. Solo in quota trascurabile intervengono nella produzione di energia. Tale funzione diventa, invece, prevalente in tutte quelle situazioni in cui sono ridotte o addirittura eliminate le fonti principali di energia, ossia i carboidrati e i grassi, come succede proprio nelle diete ad alto (o altissimo) contenuto in proteine protratte nel tempo.

Le più comuni diete iperproteiche nascono, in realtà, sulla falsariga di uno schema alimentare ampiamente studiato e validato dalla comunità scientifica: la dieta chetogenica. Si tratta di una dieta che viene utilizzata solo in alcuni casi, definendo attentamente l’obiettivo da raggiungere e i tempi massimi di durata.

Ma la dieta chetogenica e la dieta iperproteica non sono affatto la stessa cosa.

La dieta chetogenica mirata alla diminuzione di peso, pur essendo fortemente ipocalorica, crea una situazione di benessere psicofisico ed una soppressione della fame. La quantità dei diversi nutrienti da consumare viene calcolata accuratamente in modo che siano rispettate precise proporzioni fra di loro. Rispetto alle Linee guida, la percentuale di carboidrati viene ridotta di molto; le proteine vengono aumentate solo di poco, mentre l’apporto di grassi può anche triplicare rispetto ad una dieta fisiologica. Così facendo si favorisce la mobilizzazione dei grassi di deposito per la produzione di energia e la comparsa di una condizione metabolica particolare detta chetosi. Non è per tutti. Occorre:

  • definire gli obiettivi e i tempi massimi di durata
  • programmare una graduale uscita dalla fase di chetosi.

L’autogestione potrebbe esporre a carenze o inadeguatezze nutrizionali.

Dai dati scientifici si osserva che i maggiori ambiti di utilizzo sono:

  • obesità o sovrappeso con o senza malattie associate: ipertensione, dislipidemie, diabete di tipo 2, apnee notturne, ecc.
  • importante obesità con indicazione alla chirurgia bariatrica
  • epilessia resistente ai farmaci.

È fortemente controindicata in presenza di:

  • insufficienza epatica, renale e cardiaca
  • diabete di tipo 1
  • gravidanza e allattamento
  • alcune terapie farmacologiche in corso
  • disturbi psichici o del comportamento
  • abuso di alcol e altre sostanze.

La dieta chetogenica deve essere formulata adattandola alla persona e definendo la quantità adeguata di nutrienti. I diversi alimenti possono avere effetti differenti sulla condizione di chetosi incidendo su di essa positivamente o negativamente.

Una volta iniziata la dieta chetogenica, inoltre, è necessario uno stretto controllo del suo andamento e dei suoi effetti programmando visite periodiche.

Altro aspetto molto importante, che deve essere attentamente valutato, è il ritorno graduale e molto controllato ad una alimentazione “normale” per il mantenimento dei risultati in termini di peso e di salute.

La dieta iperproteica è caratterizzata da un consumo di proteine molto elevato che supera di gran lunga le percentuali raccomandate dalle linee guida e si associa ad una forte riduzione del consumo di carboidrati. L’idea di base è che riducendo notevolmente la quantità di carboidrati e aumentando di molto quella delle proteine, il corpo sia spinto ad utilizzare i grassi di deposito per produrre energia. Questo, però, si verifica soltanto quando la dieta iperproteica è anche ipocalorica perché la quantità di carboidrati e grassi introdotti non è sufficiente a coprire il fabbisogno energetico dell’organismo e di conseguenza il corpo utilizza proteine e grassi di deposito per produrre energia. In caso contrario, la quantità di proteine in eccesso viene utilizzata attraverso la gluconeogenesi che porta alla formazione di glucosio e ciò può favorire la formazione di nuovo grasso di deposito.

Sia la dieta chetogenica che la dieta iperproteica determinano una situazione metabolica che, se condotta per periodi di tempo troppo lunghi e senza un rigoroso controllo, può presentare rischi per la salute. Infatti esse possono:

  • provocare una carenza di diverse sostanze, quali vitamine, sali minerali e fibre, contenute negli alimenti ricchi di carboidrati complessi (legumi, frutta, verdura) esclusi dalla dieta
  • ridurre i depositi di glucosio (glicogeno) del fegato, utilizzati per mantenere un normale livello di glucosio nel sangue
  • sovraccarico renale
  • causare episodi di chetoacidosi per l’eccessivo accumulo di corpi chetonici nel sangue creando scompensi molto dannosi per l’organismo.

Quando si parla di dieta chetogenica si fa riferimento ad un approccio nutrizionale utile ed efficace che deve essere consigliato e seguito nel tempo da un esperto in grado di valutarne la reale necessità e di individuare la migliore strategia per raggiungere gli obiettivi voluti. La dieta iperproteica sfrutta solo parzialmente gli stessi principi ma troppo spesso viene utilizzata nel modo sbagliato e per tempi eccessivi, causando aumento dell’acidosi metabolica, perdita di calcio, eccesso di infiammazione ed uno stato di intossicazione cronica, oltre al recupero, nel giro di qualche mese, del peso eventualmente perso nei primi tempi.

Gli effetti collaterali delle statine

Miopatia, disfunzione erettile, nefropatia, tromboembolismo venoso. Ecco alcuni effetti collaterali non cardiovascolari delle statine, farmaci ormai diventati pietra angolare della prevenzione primaria e secondaria della malattia cardiovascolare aterosclerotica, trattati in dettaglio da una revisione della letteratura pubblicata sul British Medical Journal.

Lo dice Chintan Desai, del Johns Hopkins Ciccarone center for the prevention of heart disease di Baltimora e primo autore dell’articolo: «Più di 200 milioni di persone al mondo assumono statine, farmaci capaci di ridurre in modo significativo l’incidenza di infarto del miocardio, ictus e morte per malattie cardiovascolari».

Usate in prevenzione primaria, le statine vengono generalmente prescritte a persone asintomatiche per periodi di tempo prolungati ed è quindi opportuna un’attenta valutazione del rapporto tra rischi e benefici. «Oltre ai benefici, questi farmaci hanno molteplici effetti avversi non cardiovascolari e tra questi due dei più comuni sono la miopatia e il diabete» riprende l’autore. «Anche se il rischio di diabete aumenta principalmente nei soggetti che assumono dosi elevate di statine, mentre la maggior parte dei pazienti segue terapie con dosi basse o moderate» sottolinea il ricercatore, puntualizzando che altri effetti non-cardiovascolari sono la nefropatia, la disfunzione erettile, la cataratta e il tromboembolismo venoso.

Tuttavia, perché rischiare? In diverse centinaia di pazienti si sono ottenuti effetti importanti sul controllo della colesterolemia con integratori a base di riso rosso fermentato, estratto di carciofo, resveratrolo, cromo polinicotinato, acido folico, vitamina B6, vitamina B12, coenzima Q10. È ancora utile prescrivere statine?

(Fonte: DS News 16.09.2014)

Alimentazione, attività fisica e cancro

L’insorgenza del cancro è un processo multifattoriale che coinvolge molte componenti dello stile di vita. Errate abitudini alimentari, una scarsa attività fisica ed un eccesso di peso combinati insieme aumentano il rischio di sviluppare qualsiasi tipo di tumore. La prevalenza dell’obesità ha raggiunto livelli epidemici in molte parti del mondo; più di un miliardo di individui adulti sono in sovrappeso.
Il sovrappeso e l’obesità sono clinicamente definiti come processi patologici caratterizzati da un accumulo di grasso corporeo a causa di un eccesso di introito calorico (alimentazione) rispetto al suo consumo (attività fisica).
In pratica, se si mangia più di quanto si consuma, si aumenta di peso!

Sono stati effettuati vari studi relativi alla restrizione calorica, da un minimo del 10% ad un massimo del 40% rispetto alle abitudini individuali. Lavorando solo su questo fattore, si è visto che diminuisce la proliferazione cellulare ed aumenta la morte cellulare programmata, tipica di ogni essere vivente e fattore, fra i tanti, di protezione contro i tumori.
Anche l’attività fisica è molto importante, in quanto è in grado di diminuire il tessuto adiposo di riserva, di migliorare l’utilizzo degli zuccheri, diminuendo l’incidenza del diabete di tipo 2; ha inoltre un impatto positivo sul sistema immunitario, sulla capacità di combattere l’eccesso di radicali liberi e, in generale, ha un effetto diretto sulle cellule tumorali.
Un buon lavoro effettuato progammando modifiche dello stile alimentare e dell’attività fisica, permette all’organismo di diminuire tutti i parametri che rendono l’organismo più suscettibile allo sviluppo di tumori, contrastandone la formazione.
In particolare, un eccesso di zuccheri nel sangue, di insulina e di altri fattori ad essa collegati promuovono la crescita cellulare e ne inibiscono la distruzione fisiologica. Sia in vitro che in vivo, si è osservato che questa situazione influenza anche la secrezione di ormoni sessuali maschili e femminili, entrando quindi in gioco nella formazione dei tumori ormono-dipendenti (1).

La disregolazione metabolica e fisiologica correlata all’obesità è sicuramente uno dei tanti fattori da prendere in considerazione per capire le origini di molti tumori. In particolare, per quanto riguarda la scelta degli alimenti, è importante studiare la relazione tra specifici nutrienti e componenti dietetici (es. antiossidanti, zuccheri, vitamine, abbinamento degli alimenti) e prevenzione delle malattie tumorali.

 

1. Methods Mol Biol. 2009;472:57-88

Obesità e terza età

L’obesità sta progessivamente aumentando, non solo tra i giovani, ma anche nelle persone anziane.
Si prevede che nel 2015 la prevalenza dell’obesità in Europa interesserà un quarto della sua popolazione, il 25%, cioè circa 32 milioni di persone adulte. Nelle persone anziane la mortalità e la morbilità associate al sovrappeso ed all’obesità aumentano se solo si considera l’Indice di Massa Corporea superiore a 30 kg/m2, senza considerare i parametri classici della circonferenza della vita e la percentuale di massa grassa.

In quest’ottica, un trattamento di riduzione del peso deve sempre essere consigliato alle persone adulte che si presentano sovrappeso o obese, indipendentemente dalle misure e che presentano già complicanze metaboliche (iperglicemia, tendenza all’ipercolesterolemia, uricemia, ecc.) o patologie correlate all’obesità. Già da sola, la diminuzione di peso offre benefici nel campo della prevenzione.

La diminuzione di peso dovrebbe minimizzare la perdita di tessuto muscolare ed osseo a favore di un aumento di tessuto adiposo. Spesso tale situazione si riscontra anche in persone normopeso, ma con errate abitudini alimentari. Tale fascia di popolazione, sebbene non si presenti in sovrappeso, presenta tutte le caratteristiche metaboliche di questa categoria.

L’intervento sullo stile di vita dovrebbe essere il primo passo, unito ad un lieve decremento dell’apporto calorico giornaliero di 500 kcal, ad un adeguato introito proteico, vitamine e sali minerali derivati dagli alimenti ed esercizio fisico adeguato.

Il ruolo della farmacoterapia e degli interventi di chirurgia bariatrica nella popolazione anziana non è conosciuto perchè le persone al di sopra dei 65 anni di età sono escluse dalla maggior parte degli studi.

 

(J Clin Gastroenterol. 2012 Aug;46(7):533-44)

La salute dal bosco

Le Dolomiti…chi le visita anche solo una volta ne rimane affascinato. Lo stupore che nasce dalla contemplazione delle famose vette rocciose dalla sfumature grigie e rosa in contrasto con il verde intenso dei boschi di conifere e con la delicatezza dei profili dei pascoli è pari a quello entusiasta di un bambino.

Queste montagne non sono solo belle, ma racchiudono in loro anche preziosi tesori naturali. Sono tanti: dalla dolomia, ai cristalli, ai fossili, alle acque termali, alle piante ed erbe, senza dimenticare i frutti selvatici.
Passeggiando per i boschi, è facile trovare cespugli generosissimi di mirtilli e di lamponi. Entrambi i frutti sono ricchi in preziose sostanze.
Il lampone contiene una elevata quantità di sostanze antiossidati; tre le più importanti troviamo la vitamina C, l’acido ellagico (che si trova anche nelle fragole), l’acido p-cumarico. Quest ultimo mostra capacità antiossidante e di contrasto alla formazione di radicali liberi estremamente elevate (1). Non dimentichiamo che il lampone è molto ricco in acqua (80%). Il quantitativo di zuccheri è limitato, in particolare, il saccarosio è solo lo 0,2%, rendendo questo frutto adatto all’alimenazione dei diabetici. Non bisogna dimenticare anche il resto dei componenti, che sono i sali minerali e alcune vitamine del gruppo B, le vitamine A, E, K. Una buona notizia anche per chi è attento alle calorie: 100 gr di lamponi apportano solo 32 Kcal!

Il mirtillo selvatico è uno dei frutti elettivi per il buon funzionamento del microcircolo. Coloro che soffrono di “capillari deboli” ne trarranno sicuramente vantaggio, in quanto ne rafforza le pareti rendendole più elastiche. Apporta benefici alla sintesi del collagene e di tessuto connettivo, migliorandone la struttura e la resistenza, contribuendo di conseguenza a ridurre l’edema. Ottimo alimento, quindi, per tutte le donne che soffrono di cellulite e di gambe pesanti.
Il mirtillo contiene un’elevata concentrazione di particolari sostanze, tra cui la luteina, in grado di rigenerare i pigmenti della retina, nell’occhio, favorendo l’adattamento al buio e l’acuità visiva. Le numerose specie di antiossidanti combattono in modo eccellente la formazione di radicali liberi, potenziando l’azione di rinforzo dei capillari e del miglioramento della vista (2).
Si sa che tutti gli antiossidanti prevengono i danni al DNA e quindi contribuiscono a prevenire tutte le malattie ad essi correlate.
Non indifferente è anche il tenore di vitamine: C, A, gruppo B. Il saccarosio è solo lo 0,11%; quindi, come il lampone, il mirtillo nero è un alimento adatto a chi soffre di diabete.
Le calorie? 100 gr ne forniscono solo 25!

Attenzione però: questi preziosi alimenti possono svolgere appieno le loro benefiche azioni se mangiati crudi o in succo fresco.

Che dire? Facciamoci delle scorpacciate di frutti di bosco, sicuri di non ingrassare e farci un sacco di bene!

(1) J Food Sci. 2011 May;76(4):C585-93.
(2) Mol Nutr Food Res. 2007 Jun;51(6):675-83.