Frutta a pasto: sì o no?

La frutta e la verdura, si sa, vanno mangiate ogni giorno. Le linee guida suggeriscono di consumarne cinque porzioni al giorno. Non è difficile: due o tre frutti e due o tre porzioni di verdura. Le forme in cui si possono consumare sono veramente tante. Possiamo mangiare la frutta cruda, cotta, in macedonia, o come succo nei casi in cui siamo impossibilitati a consumarla tal quale. Le verdura si consuma cotta, cruda, in minestra e in passato o creando sformati fantasiosi e gustosi. È veramente facile raggiungere gli obiettivi raccomandati.

Un dibattito sempre molto acceso riguarda il consumo di frutta. Spesso ci si chiede se essa debba essere mangiata lontano dai pasti, prima, dopo, durante.

Ultimamente, la credenza di moda più diffusa obbliga molti a pensare che se la si consuma a fine pasto, questa possa interferire nei processi digestivi e provochi gonfiori addominali.

Niente di più sbagliato.

La frutta è un ottimo alimento in ogni momento della giornata. Se la si consuma come spuntino, ci permette di sentirci sazi ed eliminare il languorino di metà mattina o metà pomeriggio e permette di contrastare l’ipoglicemia che ci potrebbe spingere a mangiare in modo disordinato, con le prime cose che capitano. Se la si consuma in apertura del pasto, la frutta permette di affrontare il resto delle portate con meno fame e quindi offre la possibilità di mangiare con più calma e in modo più controllato. A fine pasto, essa ci dà l’idea di “conclusione” riducendo la voglia del dessert.

Dal punto di vista nutrizionale, è un’importante fonte di vitamine, sali minerali, antiossidanti che aiutano, non solo i processi digestivi, ma ne contrastano l’infiammazione fisiologica indotta.

Solo nei casi in cui l’ambiente digestivo non sia in equilibrio si possono avere gonfiori legati al consumo della frutta a pasto, a causa del suo contenuto di oligosaccaridi e fibre idrosolubili. In questo caso, potrebbe essere considerata come campanello d’allarme per capire che occorre rivedere le abitudini alimentari che hanno causato infiammazione e disbiosi, in particolare nell’intestino. Di grande aiuto potrebbe essere anche un’integrazione ragionata di probiotici per il miglioramento quali-quantitativo della flora batterica, accanto ad un intervento fitoterapico atto al ripristino della funzionalità della mucosa intestinale. Piante molto interessanti, allo scopo, sono la boswellia e il noce.

La celiachia non è una moda

Oggi più che mai sta prendendo piede la “moda” delle intolleranze alimentari. A volte si ha paradossalmente l’impressione che i non intolleranti stiano dalla parte sbagliata. Ci sono intolleranze veramente molto fantasiose, determinate da test altrettanto fantasiosi. Talvolta, nemmeno chi risulta intollerante sa con chiarezza verso cosa lo sia veramente e se lo sia davvero. Ecco nascere intolleranti al lattosio che tollerano il latte di capra ma non il latte di soia, chi invece sostiene di esserlo ma se mangia una torta con del burro non se ne accorge, intolleranti al lievito di birra che stanno male anche mangiando biscotti (che notoriamente non lo contengono), ci sono gli intolleranti alla caseina ma non al latte, gli intolleranti alle mele rosse ma non a quelle gialle. Vogliamo poi parlare dei prodotti di bellezza come le creme per il corpo, per esempio, che riportano in etichetta la dicitura “non contiene glutine”? Ma come?! Un intollerante o un celiaco sarà talmente stupido da mangiarsi un cosmetico? Non direi. Assurdo.

La fantasia e il profitto, piuttosto che il buon senso e la Medicina, la fanno da padrone.

In questo mare magnum i cui flutti sono troppo spesso governati dalle più buffe teorie pseudo-salutistiche esistono però i veri intolleranti, ahiloro (perché lo sono veramente; perché vengono trattati come paranoici)! E stanno veramente male.

Esistono basi genetiche, biochimiche, fisiologiche e ambientali intimamente interconnesse alla base di queste problematiche. La celiachia, per esempio. Patologia con diagnosi in aumento; si calcola che in Italia i celiaci siano l’1% della popolazione, attualmente ancora sottostimati.

La celiachia è una patologia autoimmune, in cui è presente una infiammazione cronica dell’intestino, scatenata dall’ingestione di glutine nei soggetti geneticamente predisposti. Questa sostanza si trova in cereali quali il frumento, l’orzo, il farro, per citarne alcuni. La celiachia può palesarsi in quegli individui che, oltre ad averne l’informazione nel proprio DNA, sono sottoposti a stimoli ambientali (soprattutto dovuti ad uno squilibrio della flora batterica intestinale) e biochimici di vario genere che ne fanno scatenare la manifestazione. Una volta “accesa”, non si torna più indietro. L’unica cura possibile è la dieta ferrea gluten-free, che viene considerata il solo farmaco ad oggi esistente. Tanto è vero che il SSN fornisce di un buono mensile il celiaco per la spesa di generi alimentari primari e sicuri da spendere nelle strutture aderenti.

Il celiaco vede la propria condizione di salute peggiorare se solo ingerisce 20 parti per milione di glutine al giorno, vale a dire: egli non può superare i 20 microgrammi di glutine al giorno. Se ciò succede, il sistema immunitario si attiva in modo anomalo, andando a colpire le strutture corporee. Questa è la gravità della cosa. La celiachia, se non ben curata a vita, può portare ad osteoporosi precoce, dermatite erpetiforme, poliabortività, ritardo della crescita e dello sviluppo puberale, atrofia della tiroide, diabete insulino-dipendente, denutrizione, stanchezza cronica e nella peggiore delle ipotesi a linfomi intestinali. Non esistono i gradi di morbo celiaco, ma solo persone che presentano sintomi più o meno evidenti; certamente il danno organico avviene in ogni caso.

La convivenza con un celiaco obbliga a prestare la massima attenzione per evitare ogni sorta di contaminazione che possa far superare la soglia dei 20 ppm di glutine e quindi è d’obbligo separare tutti gli alimenti pericolosi, lavarsi le mani ogni volta che si manipola qualche alimento destinato al celiaco, utilizzare solo pentole, stoviglie e posate perfettamente lavabili, separare la cotture, eliminare ogni residuo di cereale tossico dalla tavola. Se poi volgiamo lo sguardo alla ristorazione, la situazione si complica ulteriormente. I locali che possono somministrare in modo sicuro gli alimenti ai celiaci devono avere strutture dedicate come forni per pizze separati o cucine separate. In Italia l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) svolge un grandissimo lavoro di informazione, facendo balzare il nostro Paese tra i migliori al mondo (se non il primo in assoluto) per organizzazione e per tutela del paziente celiaco. Purtroppo però, proprio a causa di una disinformazione ancora troppo diffusa, spesso l’alimentazione fuori casa diventa problematica. Molti gestori, infatti, sono convinti che basti cucinare un piatto di pasta gluten-free per accontentare il celiaco, non conoscendo le norme per evitare le contaminazioni crociate che in un locale pubblico si può immaginare quante siano. Un esempio per tutti: il cameriere che serve il pane in tavola e porta il piatto al celiaco senza essersi prima lavato le mani.

Generalmente i celiaci sono ben informati sulle regole che occorre seguire per la tutela della propria salute, per cui, quando li si invita a cena o in un ristorante, sarebbe bene ascoltare le loro richieste: non stanno seguendo una moda, stanno salvaguardando la propria salute nell’unico modo possibile.

Dall’Africa arriva il Teff: un toccasana per i celiaci…ma non solo

Il teff o tef (Eragrostis tef), è un cereale appartenente alla famiglia delle graminacee e coltivato in Etiopia ed in Eritrea. Le sue origini risalgono al 4000 a.C.; è utilizzato da sempre dalle popolazioni indigene per preparare un tipico pane fermentato detto “injera”.
Sono due le varietà di teff: bianca e rossa. I nomi derivano dal colore del seme, più chiaro o più scuro. La varietà chiara è più delicata, ha maggiori esigenze di coltivazione ed è più costosa, la rossa è più diffusa. Le differenze nutrizionali nei due tipi sono irrilevanti. La raccolta è un’operazione molto delicata, in quanto la spighe sono fragili e si rischia di perdere molti semi in quanto la sua diffusione in natura avviene per propagazione dei semi che si staccano spontaneamente.

I suoi semi sono finissimi (meno di 1 millimetro di diametro) e non è possibile effettuare la separazione della cuticola esterna dalla parte amidacea durante la molitura; quindi la farina è sempre integrale. Sono talmente piccoli che la quantità di semi contenuta in una mano è sufficiente a coltivare un intero campo.

Ultimamente sta prendendo piede nei negozi specializzati in quanto il teff è privo di glutine, quindi adatto all’alimentazione dei celiaci. Generalmente lo si miscela con altre farine gluten-free affinchè si possa ottenere un prodotto da forno dal gusto diverso e molto “interessante”. Essendo privo di glutine non è in grado di lievitare, per cui, per la panificazione devono essere sempre usati quegli additivi che il celiaco conosce molto bene, come la farina di guar o la gomma di xantano.

Gli studi scientifici che si occupano di caratterizzare le proprietà nutritive di questo cereale si stanno intensificando grazie a scoperte molto interessanti in ambito salutistico.
Le analisi biochimiche dei semi hanno posto l’attenzione sulle loro notevoli proprietà; sono state evidenziate addirittura due molecole mai trovate fino ad ora in natura e sulle quali si stanno concentrando molte ricerche.
L’elevato profilo nutrizionale del teff è caratterizzato da: 60% di carboidrati, 21% di proteine, 8% di aminoacidi essenziali con elevate concentrazioni di lisina e leucina, 1,6% di vitamina B1, notevoli quantità di Calcio (10%) e di Potassio (32%). Estremamente interessante è anche il contenuto di acidi grassi essenziali polinsaturi (72,5%), tra cui il prezioso acido oleico è predominante (32,4%). Proprio grazie al contenuto di acidi grassi essenziali, la farina di teff è in grado di contrastare l’elevato contenuto di grassi nocivi del sangue, mantenendo anche bassa la glicemia. Altro dato interessante: il teff è in grado di aumentare i livelli di Calcio ematico.

Quindi…perchè non provarlo?

Corso di cucina per celiaci e intolleranti al lattosio

Le persone intolleranti a glutine e lattosio stanno diventando sempre di più.

Con la Scuola dei Sapori di Treviglio ho organizzato un corso di cucina teorico-pratico in cui verrà fatta chiarezza sul mondo delle intolleranze, ma contemporaneamente lo Chef Roberto insegnerà  e cucinerà insieme ai partecipanti piatti buoni, golosi e salutari adatti a chi soffre di celiachia o di intolleranza al lattosio.
Il corso si terrà il 13 febbraio 2014 alle ore 20:00.

Intolleranza al lattosio, intolleranza al latte, allergia al latte…che confusione!!!

Effettivamente stanno aumentando tutti i fenomeni di intolleranza e allergia, ma di pari passo aumenta anche la confusione.
Il “mal di pancia” dopo ave bevuto il latte o mangiato formaggio è allergia? E’ intolleranza? E’ intolleranza al lattosio? O al latte?
Spesso capita di sentir parlare di un fenomeno al posto di un altro, pensando erroneamente che si tratti della stessa cosa.

Facciamo chiarezza.latte

Intolleranza al lattosio. Si tratta di un deficit enzimatico che non permette di digerire lo zucchero del latte, il lattosio, appunto. Non è un fenomeno allergico, sebbene i sintomi spesso si manifestino quasi subito dopo l’ingestione dell’alimento. Nella maggior parte dei casi si tratta di una predisposizione, cioè, nel DNA c’è scritta l’informazione che poi porterà al manifestarsi dell’intolleranza. Spessissimo non è un fenomeno reversibile, cioè non basta astenersi per qualche mese dal lattosio, che “poi passa”, ma permane per tutta la vita. Occorre eliminare dall’alimentazione tutto ciò che contiene lattosio. Quindi, se un formaggio è molto stagionato e contiene solo tracce di questo zucchero, si può mangiare abbastanza tranquillamente.

Allergia al latte. Si tratta di una reazione allergica vera a propria che può dare sintomi non solo legati all’apparato digerente. In questo fenomeno sono coinvolte le proteine del latte che fungono da allergene e non il suo zucchero. Occorre eliminare l’alimento latte e tutti i suoi derivati, formaggi stagionati compresi.

Intolleranza al latte. Si tratta di un fenomeno che si potrebbe definire “infiammazione cronica di bassa entità”. In pratica: mangiando spesso un certo alimento, questo induce una risposta infiammatoria nell’organismo che si manifesta nei modi più svariati: dal sintomo gastroenterico classico quale gonfiore, scarica o semplice addominalgia a quello più strano e più difficilmente correlabile all’assunzione di latte, come comparsa di afte, cefalea o emicania, prurito, stanchezza, insonnia…Fortunatamente questo tipo di intolleranza non è permanente, ma basta semplicemente eliminare l’alimento in causa per qualche tempo, utilizzare fitoterapici specifici (come la boswellia o l’aloe) e l’intolleranza si risolve.

Mi auguro di aver chiarito un po’ le idee.
Di conseguenza ora diverrà facile intuire che esistono diversi tipi di analisi che permettono di indagare l’uno o l’altro fenomeno.
Quindi: il Citotest si utilizza nella ricerca dell’intolleranza all’intero alimento, il breath test per la ricerca dell’intolleranza al lattosio, mentre il RAST test si usa per la ricerca dell’allergia.

Un ultimo consiglio: non fate autodiagnosi, potrebbe essere pericolosa e fuorviante.

Bambini, cefalea, intolleranze

Ma quanti bambini soffrono di mal di testa?

Sempre più spesso sento mamme che si lamentano del fatto che i loro figli, già in tenera età, hanno crisi cefalgiche anche invalidanti, accompagnate da nausea, fotofobia e forte malessere generale. Nei casi peggiori il rendimento scolastico ne è compromesso e talvolta occorre anche abbandonare l’attività fisica.
I mal di testa sono di vario genere e spetta al medico diagnosticarli correttamente. Ma quando solo il farmaco non basta? Quando nel tempo occorre modificarne il dosaggio o cambiare il principio attivo perchè sembra che l’organismo si sia quasi adattato alla sua azione farmacologica?
In questi casi è molto utile lavorare sull’alimentazione. Talvolta cefalee o emicranie “ribelli” si risolvono quasi per miracolo togliendo uno o due alimenti per qualche tempo.
Si tratta di dolori legati all’aumento dell’infiammazione causata dall’alimentazione. In particolare possiamo trovarci di fronte a due tipi molto diversi di reazione. Ma entrambi appartengono alla vastissima famiglia delle intolleranze alimentari.
Alla base del lavoro sulla ricerca delle intolleranze alimentari c’è un’accurato studio delle abitudini a tavola. Da questo fondamentale punto si decide poi che strada seguire. Si seguirà la strada della ricerca delle “intolleranze farmacologiche” in cui sono implicate particolari sostanze presenti naturalmente in alcuni cibi, oppure si seguirà la strada delle “intossicazioni croniche” per cui serve eseguire il test citotossico.
Se il mal di testa è legato ad una di questi due tipi di intolleranze, è molto probabile che ci sia un netto miglioramento dei sintomi, se non addirittura la risoluzione in breve tempo.

21 maggio 2013: a lezione di zafferano

Il 21 maggio ho avuto l’onore di tenere una lezione sugli usi terapeutici dello zafferano all’Università degli Studi di Siena.

Sto studiando questa pianta da quasi due anni con grande passione e coinvolgimento in quanto ho scoperto che non rende solo molto buono il risotto (!!), ma ha proprietà terapeutiche e farmacologiche estremamente interessanti. Già i popoli antichi la usavano e se ne parla addirittura nai papiri medici egizi.
E’ una pianta preziosissima ed ha permesso l’arricchimento di molte città e le torri di San Gimignano ne sono una testimonianza. Appartiene ancora oggi alle piante medicinali utilizzate nelle medicine tradizionali, per esemprio quella persiana.

crocus sativus l

Sono moltissimi gli studi effettuali su Crocus sativus L. (ovvero lo zafferano). Questo piccolo e bellissimo fiore produce un fitoderovato che ha effetti ansiolitici e antidepressivi paragonabili ai più comuni farmaci utilizzati in medicina. Non solo: è un potente antiossidante, riesce a contrastare e rallentare le lesioni ateromatose che sono alla base dei problemi cardiovascolari quali infarti e ictus, permette di contrastare l’insorgenza del diabete, dell’ulcera e migliora la capacità digestiva delle proteine. Le donne che soffrono di sindrome premestruale ne troveranno sicuramente giovamento, addirittura…annusandolo!
Partendo da queste proprietà e seguendo le orme di un gruppo di studio francese, ho anche avuto modo di impostare uno studio in cui si è evidenziata la capacità dello zafferano per contrastare la fame nervosa e il cosiddetto “snackiing”. Chi ne soffre sa benissimo quanto sia difficile trattenersi dall’aprire l’armadietto della dispensa ogni volta che si sente triste, depresso, ansioso o annoiato. Lo zafferano è in grado di offrire un concreto aiuto per superare questi momenti e, se si è a “dieta”, di riuscire finalmente a raggiungere l’obiettivo del peso desiderato.

Tra non molto sarà disponibile anche in alcune farmacie un integratore da me formulato proprio per un utilizzo mirato alla gestione dello snacking.

Se volete saperne di più, potrete leggere un mio lavoro pubblicato sulla rivista “Piante medicinali” o, più semplicemente, contattatemi.

Incontro tra Occidente e Oriente

Segnalo l’evento che si terrà a febbraio 2013 dal titolo “Incontro tra Occidente e Oriente“.

Sarà un’occasione interessante e singolare di confronto tra le concezioni della salute dal punto di vista occidentale, evidenziando le conoscenze della Nutrizione e della Naturopatia, e dal punto di vista orientale, in particolare della Medicina Tradizionale Cinese (di cui parlerà un medico agopuntore).
Sarà sicuramente molto piacevole e sorprendente scoprire che le due filosofie, sebbene molto lontane culturalmente, siano accomunate dalle stesse osservazioni e, spesso, da soluzioni molto simili!
Si tratta di tre incontri teorico-pratici di cui potete leggere il programma sotto.

Venerdì 8 febbraio
Energia metabolica e Qi: l’incontro tra Occidente e Oriente
Esperienze pratiche di Kinesiologia e agopuntura

Venerdì 15 febbraio
Interazione tra ambiente e individuo come causa di malessere e di benessere
Esperienze pratiche di assaggio di prodotti biologici e convenzionali ed esercizi di Qi gong o meditazione

Venerdì 22 febbraio
Approccio pratico nella prevenzione e nella risoluzione di alcuni tipi di patologie
Esperienze pratiche di preparazione di infusi fitoterapici ed utilizzo delle piante in fitoterapia classica e cinese

Tutti gli incontri si terranno in via Carcano, 15 a Treviglio ed avranno inizio alle 20:30. La partecipazione è gratuita e non richiede iscrizione.

Oltre ad essere una particolare occasione di approfondimento culturale, ci offrirà anche la possibilità di conoscerci personalmente e porre domande su questioni che stanno particolarmente e cuore.

 

L’intolleranza al lattosio

Si definisce intolleranza al lattosio una sindrome caratterizzata da disturbi gastroenterici che insorgono dopo l’ingestione di alimenti contenenti questo zucchero, il lattosio appunto, generata dal deficit di produzione da parte delle cellule di un tratto intestinale detto duodeno dell’enzima lattasi, che serve alla digestione del lattosio nei suoi due componenti: glucosio e galattosio. Il lattosio tal quale non può essere assorbito dall’intestino e, quindi se non correttamente digerito, vi richiama acqua, provocando la classica scarica diarroica o un eccessivo gonfiore addominale, spesso accompagnato da dolore. E’ importante sottolineare che l’intolleranza al lattosio non è un’allergia, che si verifica nei confronti delle proteine e nemmeno un’intollerazna al latte, anch’essa legata alla presenza delle caratteristiche proteine che sono la caseina e l’albumina.

L’intolleranza al lattosio può insorgere in qualsiasi periodo della vita, ma deve esserci sempre una predisposizione genetica. In questi casi, è ben difficle che l’intolleranza si risolva nel corso del tempo. Talvolta capita che a causa di una infezione intestinale, come quella virale, ci sia una temporanea intolleranza a tale zucchero, che si risolve spontaneamente nel corso dei mesi successivi.

Come fare per evitare di stare male? In modo molto semplice, occorre eliminare tutte le fonti di lattosio, come il latte animale, i formaggi (tranne quello molto stagionati) e gli alimenti che contengono questo zucchero tra gli ingredienti. Se una persona soffre di questo deficit enzimatico in modo importante, dovrà farlo presente anche al medico, in quanto molte compresse contengono il lattosio fra gli eccipienti.

In commercio esisitono prodotti alimentari la cui formulazione è pensata proprio per gli intoelleranti al lattosio, ma è utile sapere che esistino anche molti alimenti che ne sono privi, senza appartenere alla categoria dietetica dedicata.