La dieta chetogenica non è iperproteica

Con dieta iperproteica si indica un particolare regime alimentare caratterizzato da un maggior consumo di cibi contenenti proteine rispetto a quelli composti da carboidrati, sia semplici che complessi, il cui impiego è molto limitato. Generalmente, chi segue questo regime alimentare, elemina in primis i primi piatti e il pane, riducendo anche i grassi ad effetto benefico.

In condizioni normali, il principale compito delle proteine è fornire aminoacidi per la costruzione e il rinnovamento dei tessuti. Solo in quota trascurabile intervengono nella produzione di energia. Tale funzione diventa, invece, prevalente in tutte quelle situazioni in cui sono ridotte o addirittura eliminate le fonti principali di energia, ossia i carboidrati e i grassi, come succede proprio nelle diete ad alto (o altissimo) contenuto in proteine protratte nel tempo.

Le più comuni diete iperproteiche nascono, in realtà, sulla falsariga di uno schema alimentare ampiamente studiato e validato dalla comunità scientifica: la dieta chetogenica. Si tratta di una dieta che viene utilizzata solo in alcuni casi, definendo attentamente l’obiettivo da raggiungere e i tempi massimi di durata.

Ma la dieta chetogenica e la dieta iperproteica non sono affatto la stessa cosa.

La dieta chetogenica mirata alla diminuzione di peso, pur essendo fortemente ipocalorica, crea una situazione di benessere psicofisico ed una soppressione della fame. La quantità dei diversi nutrienti da consumare viene calcolata accuratamente in modo che siano rispettate precise proporzioni fra di loro. Rispetto alle Linee guida, la percentuale di carboidrati viene ridotta di molto; le proteine vengono aumentate solo di poco, mentre l’apporto di grassi può anche triplicare rispetto ad una dieta fisiologica. Così facendo si favorisce la mobilizzazione dei grassi di deposito per la produzione di energia e la comparsa di una condizione metabolica particolare detta chetosi. Non è per tutti. Occorre:

  • definire gli obiettivi e i tempi massimi di durata
  • programmare una graduale uscita dalla fase di chetosi.

L’autogestione potrebbe esporre a carenze o inadeguatezze nutrizionali.

Dai dati scientifici si osserva che i maggiori ambiti di utilizzo sono:

  • obesità o sovrappeso con o senza malattie associate: ipertensione, dislipidemie, diabete di tipo 2, apnee notturne, ecc.
  • importante obesità con indicazione alla chirurgia bariatrica
  • epilessia resistente ai farmaci.

È fortemente controindicata in presenza di:

  • insufficienza epatica, renale e cardiaca
  • diabete di tipo 1
  • gravidanza e allattamento
  • alcune terapie farmacologiche in corso
  • disturbi psichici o del comportamento
  • abuso di alcol e altre sostanze.

La dieta chetogenica deve essere formulata adattandola alla persona e definendo la quantità adeguata di nutrienti. I diversi alimenti possono avere effetti differenti sulla condizione di chetosi incidendo su di essa positivamente o negativamente.

Una volta iniziata la dieta chetogenica, inoltre, è necessario uno stretto controllo del suo andamento e dei suoi effetti programmando visite periodiche.

Altro aspetto molto importante, che deve essere attentamente valutato, è il ritorno graduale e molto controllato ad una alimentazione “normale” per il mantenimento dei risultati in termini di peso e di salute.

La dieta iperproteica è caratterizzata da un consumo di proteine molto elevato che supera di gran lunga le percentuali raccomandate dalle linee guida e si associa ad una forte riduzione del consumo di carboidrati. L’idea di base è che riducendo notevolmente la quantità di carboidrati e aumentando di molto quella delle proteine, il corpo sia spinto ad utilizzare i grassi di deposito per produrre energia. Questo, però, si verifica soltanto quando la dieta iperproteica è anche ipocalorica perché la quantità di carboidrati e grassi introdotti non è sufficiente a coprire il fabbisogno energetico dell’organismo e di conseguenza il corpo utilizza proteine e grassi di deposito per produrre energia. In caso contrario, la quantità di proteine in eccesso viene utilizzata attraverso la gluconeogenesi che porta alla formazione di glucosio e ciò può favorire la formazione di nuovo grasso di deposito.

Sia la dieta chetogenica che la dieta iperproteica determinano una situazione metabolica che, se condotta per periodi di tempo troppo lunghi e senza un rigoroso controllo, può presentare rischi per la salute. Infatti esse possono:

  • provocare una carenza di diverse sostanze, quali vitamine, sali minerali e fibre, contenute negli alimenti ricchi di carboidrati complessi (legumi, frutta, verdura) esclusi dalla dieta
  • ridurre i depositi di glucosio (glicogeno) del fegato, utilizzati per mantenere un normale livello di glucosio nel sangue
  • sovraccarico renale
  • causare episodi di chetoacidosi per l’eccessivo accumulo di corpi chetonici nel sangue creando scompensi molto dannosi per l’organismo.

Quando si parla di dieta chetogenica si fa riferimento ad un approccio nutrizionale utile ed efficace che deve essere consigliato e seguito nel tempo da un esperto in grado di valutarne la reale necessità e di individuare la migliore strategia per raggiungere gli obiettivi voluti. La dieta iperproteica sfrutta solo parzialmente gli stessi principi ma troppo spesso viene utilizzata nel modo sbagliato e per tempi eccessivi, causando aumento dell’acidosi metabolica, perdita di calcio, eccesso di infiammazione ed uno stato di intossicazione cronica, oltre al recupero, nel giro di qualche mese, del peso eventualmente perso nei primi tempi.

Frutta a pasto: sì o no?

La frutta e la verdura, si sa, vanno mangiate ogni giorno. Le linee guida suggeriscono di consumarne cinque porzioni al giorno. Non è difficile: due o tre frutti e due o tre porzioni di verdura. Le forme in cui si possono consumare sono veramente tante. Possiamo mangiare la frutta cruda, cotta, in macedonia, o come succo nei casi in cui siamo impossibilitati a consumarla tal quale. Le verdura si consuma cotta, cruda, in minestra e in passato o creando sformati fantasiosi e gustosi. È veramente facile raggiungere gli obiettivi raccomandati.

Un dibattito sempre molto acceso riguarda il consumo di frutta. Spesso ci si chiede se essa debba essere mangiata lontano dai pasti, prima, dopo, durante.

Ultimamente, la credenza di moda più diffusa obbliga molti a pensare che se la si consuma a fine pasto, questa possa interferire nei processi digestivi e provochi gonfiori addominali.

Niente di più sbagliato.

La frutta è un ottimo alimento in ogni momento della giornata. Se la si consuma come spuntino, ci permette di sentirci sazi ed eliminare il languorino di metà mattina o metà pomeriggio e permette di contrastare l’ipoglicemia che ci potrebbe spingere a mangiare in modo disordinato, con le prime cose che capitano. Se la si consuma in apertura del pasto, la frutta permette di affrontare il resto delle portate con meno fame e quindi offre la possibilità di mangiare con più calma e in modo più controllato. A fine pasto, essa ci dà l’idea di “conclusione” riducendo la voglia del dessert.

Dal punto di vista nutrizionale, è un’importante fonte di vitamine, sali minerali, antiossidanti che aiutano, non solo i processi digestivi, ma ne contrastano l’infiammazione fisiologica indotta.

Solo nei casi in cui l’ambiente digestivo non sia in equilibrio si possono avere gonfiori legati al consumo della frutta a pasto, a causa del suo contenuto di oligosaccaridi e fibre idrosolubili. In questo caso, potrebbe essere considerata come campanello d’allarme per capire che occorre rivedere le abitudini alimentari che hanno causato infiammazione e disbiosi, in particolare nell’intestino. Di grande aiuto potrebbe essere anche un’integrazione ragionata di probiotici per il miglioramento quali-quantitativo della flora batterica, accanto ad un intervento fitoterapico atto al ripristino della funzionalità della mucosa intestinale. Piante molto interessanti, allo scopo, sono la boswellia e il noce.

La celiachia non è una moda

Oggi più che mai sta prendendo piede la “moda” delle intolleranze alimentari. A volte si ha paradossalmente l’impressione che i non intolleranti stiano dalla parte sbagliata. Ci sono intolleranze veramente molto fantasiose, determinate da test altrettanto fantasiosi. Talvolta, nemmeno chi risulta intollerante sa con chiarezza verso cosa lo sia veramente e se lo sia davvero. Ecco nascere intolleranti al lattosio che tollerano il latte di capra ma non il latte di soia, chi invece sostiene di esserlo ma se mangia una torta con del burro non se ne accorge, intolleranti al lievito di birra che stanno male anche mangiando biscotti (che notoriamente non lo contengono), ci sono gli intolleranti alla caseina ma non al latte, gli intolleranti alle mele rosse ma non a quelle gialle. Vogliamo poi parlare dei prodotti di bellezza come le creme per il corpo, per esempio, che riportano in etichetta la dicitura “non contiene glutine”? Ma come?! Un intollerante o un celiaco sarà talmente stupido da mangiarsi un cosmetico? Non direi. Assurdo.

La fantasia e il profitto, piuttosto che il buon senso e la Medicina, la fanno da padrone.

In questo mare magnum i cui flutti sono troppo spesso governati dalle più buffe teorie pseudo-salutistiche esistono però i veri intolleranti, ahiloro (perché lo sono veramente; perché vengono trattati come paranoici)! E stanno veramente male.

Esistono basi genetiche, biochimiche, fisiologiche e ambientali intimamente interconnesse alla base di queste problematiche. La celiachia, per esempio. Patologia con diagnosi in aumento; si calcola che in Italia i celiaci siano l’1% della popolazione, attualmente ancora sottostimati.

La celiachia è una patologia autoimmune, in cui è presente una infiammazione cronica dell’intestino, scatenata dall’ingestione di glutine nei soggetti geneticamente predisposti. Questa sostanza si trova in cereali quali il frumento, l’orzo, il farro, per citarne alcuni. La celiachia può palesarsi in quegli individui che, oltre ad averne l’informazione nel proprio DNA, sono sottoposti a stimoli ambientali (soprattutto dovuti ad uno squilibrio della flora batterica intestinale) e biochimici di vario genere che ne fanno scatenare la manifestazione. Una volta “accesa”, non si torna più indietro. L’unica cura possibile è la dieta ferrea gluten-free, che viene considerata il solo farmaco ad oggi esistente. Tanto è vero che il SSN fornisce di un buono mensile il celiaco per la spesa di generi alimentari primari e sicuri da spendere nelle strutture aderenti.

Il celiaco vede la propria condizione di salute peggiorare se solo ingerisce 20 parti per milione di glutine al giorno, vale a dire: egli non può superare i 20 microgrammi di glutine al giorno. Se ciò succede, il sistema immunitario si attiva in modo anomalo, andando a colpire le strutture corporee. Questa è la gravità della cosa. La celiachia, se non ben curata a vita, può portare ad osteoporosi precoce, dermatite erpetiforme, poliabortività, ritardo della crescita e dello sviluppo puberale, atrofia della tiroide, diabete insulino-dipendente, denutrizione, stanchezza cronica e nella peggiore delle ipotesi a linfomi intestinali. Non esistono i gradi di morbo celiaco, ma solo persone che presentano sintomi più o meno evidenti; certamente il danno organico avviene in ogni caso.

La convivenza con un celiaco obbliga a prestare la massima attenzione per evitare ogni sorta di contaminazione che possa far superare la soglia dei 20 ppm di glutine e quindi è d’obbligo separare tutti gli alimenti pericolosi, lavarsi le mani ogni volta che si manipola qualche alimento destinato al celiaco, utilizzare solo pentole, stoviglie e posate perfettamente lavabili, separare la cotture, eliminare ogni residuo di cereale tossico dalla tavola. Se poi volgiamo lo sguardo alla ristorazione, la situazione si complica ulteriormente. I locali che possono somministrare in modo sicuro gli alimenti ai celiaci devono avere strutture dedicate come forni per pizze separati o cucine separate. In Italia l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) svolge un grandissimo lavoro di informazione, facendo balzare il nostro Paese tra i migliori al mondo (se non il primo in assoluto) per organizzazione e per tutela del paziente celiaco. Purtroppo però, proprio a causa di una disinformazione ancora troppo diffusa, spesso l’alimentazione fuori casa diventa problematica. Molti gestori, infatti, sono convinti che basti cucinare un piatto di pasta gluten-free per accontentare il celiaco, non conoscendo le norme per evitare le contaminazioni crociate che in un locale pubblico si può immaginare quante siano. Un esempio per tutti: il cameriere che serve il pane in tavola e porta il piatto al celiaco senza essersi prima lavato le mani.

Generalmente i celiaci sono ben informati sulle regole che occorre seguire per la tutela della propria salute, per cui, quando li si invita a cena o in un ristorante, sarebbe bene ascoltare le loro richieste: non stanno seguendo una moda, stanno salvaguardando la propria salute nell’unico modo possibile.

Congresso “Stomia, occasione di vita”

Sabato 24 ottobre 2015 ho partecipato in qualità di relatore al 2° Congresso organizzato dall’Associazione Bergamasca Stomizzati”.
Ho avuto modo di conoscere questa associazione qualche anno fa, grazie ad una signora dalla vitalità immensa che si è rivolta al mio studio per un problema alimentare legato alla sua stomia.

Per coloro che non ne fossero a conoscenza, la stomia è una struttura che interrompe il normale decorso dell’intestino facendone fuoriuscire il contenuto prima che esso giunga alla sua terminazione anatomica. Questo efflusso si raccoglie in un sacchetto che la persona deve gestirsi a vita attaccato all’addome. La stomia è il risultato, quindi, di una resezione intestinale più o meno ampia, dovuta molto spesso a tumori o altre gravi patologie che colpiscono quest’organo. Come si può facilmente immaginare la situazione non è delle più piacevoli: problemi con l’alimentazione, con le evacuazioni, con la formazione di cattivi odori che compromettono facilmente la vita familiare e sociale dei portatori. Ovviamente, la situazione psicologica ne risente pesantemente.

Sebbene il congresso a cui ho partecipato fosse dedicato alle figure sanitarie, erano presenti anche molti stomizzati.
Ciò che mi ha colpito proprio di questi ultimi è stata la forza che dimostrano nel parlare davanti ad un pubblico vasto della loro stomia e della loro storia clinica. Ci sono uomini e donne che hanno vissuto un’esistenza veramente sfortunata. Una malattia dopo l’altra; un intervento dopo l’altro e un trauma dopo l’altro; storie di tumori, malattie genetiche rare, nascite con deficit invalidanti. Eppure, grazie alla condivisione esperienzale, hanno trovato la forza di rialzarsi e ritornare ad essere artefici della propria esistenza e della propria felicità con grande consapevolezza. Grazie alla stomia (se così possiamo dire!), hanno scoperto di non essere soli nella loro storia, hanno scoperto cose riguardanti se stessi e l’alimentazione che prima non sapevano: si sono arricchiti con la conoscenza di sè, aumentando anche il rispetto verso gli altri.

Mentre rientravo a casa, non potevo fare a meno di riflettere su queste persone, ai loro volti che si rivolgevano a noi professionisti affamati di conoscere e curiosi di sapere sempre di più.
Mi dicevo che non è giusto avere fame di conoscenza e di rispetto solo dopo aver passato il terrore della malattia che obbliga a cambiare parte della propria vita…occorre pensarci prima.

Mangiare, pensare, agire e apprezzare ciò che si ha in modo sano, semplice, pulito, rispettoso. Credo sia questo il punto.

Dall’Africa arriva il Teff: un toccasana per i celiaci…ma non solo

Il teff o tef (Eragrostis tef), è un cereale appartenente alla famiglia delle graminacee e coltivato in Etiopia ed in Eritrea. Le sue origini risalgono al 4000 a.C.; è utilizzato da sempre dalle popolazioni indigene per preparare un tipico pane fermentato detto “injera”.
Sono due le varietà di teff: bianca e rossa. I nomi derivano dal colore del seme, più chiaro o più scuro. La varietà chiara è più delicata, ha maggiori esigenze di coltivazione ed è più costosa, la rossa è più diffusa. Le differenze nutrizionali nei due tipi sono irrilevanti. La raccolta è un’operazione molto delicata, in quanto la spighe sono fragili e si rischia di perdere molti semi in quanto la sua diffusione in natura avviene per propagazione dei semi che si staccano spontaneamente.

I suoi semi sono finissimi (meno di 1 millimetro di diametro) e non è possibile effettuare la separazione della cuticola esterna dalla parte amidacea durante la molitura; quindi la farina è sempre integrale. Sono talmente piccoli che la quantità di semi contenuta in una mano è sufficiente a coltivare un intero campo.

Ultimamente sta prendendo piede nei negozi specializzati in quanto il teff è privo di glutine, quindi adatto all’alimentazione dei celiaci. Generalmente lo si miscela con altre farine gluten-free affinchè si possa ottenere un prodotto da forno dal gusto diverso e molto “interessante”. Essendo privo di glutine non è in grado di lievitare, per cui, per la panificazione devono essere sempre usati quegli additivi che il celiaco conosce molto bene, come la farina di guar o la gomma di xantano.

Gli studi scientifici che si occupano di caratterizzare le proprietà nutritive di questo cereale si stanno intensificando grazie a scoperte molto interessanti in ambito salutistico.
Le analisi biochimiche dei semi hanno posto l’attenzione sulle loro notevoli proprietà; sono state evidenziate addirittura due molecole mai trovate fino ad ora in natura e sulle quali si stanno concentrando molte ricerche.
L’elevato profilo nutrizionale del teff è caratterizzato da: 60% di carboidrati, 21% di proteine, 8% di aminoacidi essenziali con elevate concentrazioni di lisina e leucina, 1,6% di vitamina B1, notevoli quantità di Calcio (10%) e di Potassio (32%). Estremamente interessante è anche il contenuto di acidi grassi essenziali polinsaturi (72,5%), tra cui il prezioso acido oleico è predominante (32,4%). Proprio grazie al contenuto di acidi grassi essenziali, la farina di teff è in grado di contrastare l’elevato contenuto di grassi nocivi del sangue, mantenendo anche bassa la glicemia. Altro dato interessante: il teff è in grado di aumentare i livelli di Calcio ematico.

Quindi…perchè non provarlo?

Mangiamoci un piatto di Champignon!

Gli champignon non fanno dimagrire, tranquilli…però sono buoni, costano poco e fanno molto bene!
Quindi, perchè non ci facciamo un piatto di filettini di prataioli (anche così vengono chiamati) con un trito di prezzemolo e un pizzico di aglio?

Il loro nome scientifico è Agaricus bisporus e sono largamente commericalizzati ed apprezzati in tutto il mondo. Vengono coltivati in larga scala e, spontaneamente, crescono nei campi concimanti, nei prati e nei giardini di casa. Ogni tanto capita di vedere dei pon-pon bianchissimi che sbucano tra l’erba!
Iniziano la crescita con forma ovoidale, e talvolta, presentano squame brunastre. Le lamelle passano dal rosaceo al marrone a maturità e la forma arriva con il tempo ad essere convessa, con una larghezza fino a 9-12 centimetri di diametro.

Le proprietà. Iniziamo da quella più evidente.
Sono ottimi contro l’alito cattivo. Infatti essi neutralizzano i composti che “puzzano” derivanti da una cattiva digestione e dalla disbiosi intestinale. Questa azione concorre indirettamente alla prevenzione del tumore al colon. Essendo anche ricchi di sostanze probiotiche, favoriscono la proliferazione dei batteri intestinali buoni che a loro volta migliorano la digestione e aiutano a mantenere in buono stato la salute. Accrescendo i bifidobatteri permettono anche di regolarizzare l’intestino pigro.
Anche nello stomaco questo piccolo fungo ci può dare un mano. Infatti riduce la proliferazione dell’Helicobacter pylori.
La sua azione non si limita ai distretti in cui transita fisicamente per essere digerito. Infatti ha azione antiallergica e antiossidante, grazie alla presenza di particolari sostanze antinfiammatorie e modulatrici della risposta immunitaria.
Il prataiolo stimola anche l’immunità innata contro le cellule tumorali e contro i virus, attraverso il potenziamento dell’azione di alcune cellule chiamate Natural Killer.
Tra le sue più interessanti azioni è la sua capacità di inibire l’azione di un enzima detto “aromatasi”. Quest’ultimo è implicato nella produzione di estrogeni. E’ stato dimostrato che molti tumori mammari rispondono alla stimolazione estrogenica e l’inibizione dell’aromatasi contrasta indirettamente la loro proliferazione. Nel tumore prostatico, addirittura, il fungo esprime il massimo delle sue capacità antitumorali, tant’è vero che contrasta la crescita di  tutti i tipi di carcinomi della prostata, anche quelli non ormono-dipendenti.

Viene spontaneo chiedersi come e quanto Champignon mangiare per avere, oltre al piacere della tavola, anche questi meravigliosi aiuti. Niente di più facile. Si mangiano regolarmente, interi e come si gradisce di più.

Credo che in questo caso sia valido più che mai: buon appetito!

Dipendenza da sport: segno di disordini alimentari?

Un nuovo aspetto del comportamento potrebbe rivelare la tendenza a presentare disordini del comportamento alimentare. La disfunzione, o mania, consisterebbe in una dipendenza dall’esercizio fisico, svolto oltre i livelli necessari in maniera compulsiva e ripetitiva.

Questa sintomatologia comportamentale si renderebbe manifesta prima dell’insorgenza del disordine alimentare vero e proprio, e sarebbe chiaramente riscontrabile in almeno la metá dei soggetti che successivamente sviluppano bulimia o anoressia nervosa.

Difficile da riconoscere e da categorizzare clinicamente.

La dipendenza da esercizio puó essere descritta come una necessitá compulsiva e ripetitiva di essere attivi fisicamente. Stima parlando di chi svolge esercizio fisico per una durata superiore a 3 ore al giorno per 5 o 6 volte alla settimana.

Tuttavia, questa situazione resta ancora piuttosto difficile da quantificare.
Quel che è certo, è che in questi individui la pratica dell’attivitá fisica non costituisce un’occasione di divertimento e piacere, ma si tramuta piuttosto in un rituale ossessivo difficile da abbandonare.

La condizione consiste effettivamente in una forma di dipendenza comportamentale e, considerando la sua natura compulsiva, presenterebbe numerosi tratti in comune con i tratti psicologici dei disordini alimentari.

Di questa condizione hanno recentemente discusso un gruppo di esperti durante l’International Congress of the Royal College of Psychiatrists (RCPsych) 2014 tenutosi presso il Barbican Center di Londra.

In particolare, uno studio attualmente in fase di svolgimento avrebbe fornito alcuni dati preliminari utili nella caratterizzazione della condizione.

L’analisi ha infatti riscontrato che i soggetti affetti da disordini del comportamento alimentare presentano con maggiore frequenza livelli piú elevati di pratica di attivitá fisica rivolta al controllo del peso, ma anche una minore soddisfazione nello svolgimento di tali attivitá e maggiore rigiditá nel loro svolgimento.

Non solo, un secondo studio randomizzato prossimo al suo termine della durata di 4 anni ha dimostrato l’efficacia di un intervento di tipo cognitivo-comportamentale conosciuto come Loughborough Eating Disorders Activity Therapy Program (LEAP) nell’attenuare i sintomi della dipendenza da esercizio fisico. Una buona notizia quindi, se si considera che l’eccessivo sport puó essere addirittura dannoso.

Di prioritaria importanza resterebbe la comprensione di quale meccanismo psicologico guidi il comportamento compulsivo e determini la difficoltà nel suo abbandono, proprio come avviene con una dipendenza da sostanze psicoattive.
Questa situazione crea indubbiamente un paradosso per il medico. Infatti, una dei messaggi universali nella comunicazione tra medico e paziente è proprio l’invito alla pratica dell’attivitá fisica.

Quel che é certo é che la presenza di questa condizione dovrebbe essere considerata come un campanello d’allarme per il rischio di sviluppo di disordini alimentari, oppure potrebbe rappresentare un componente di una sindrome alimentare giá instaurata.

Fonte: dsnews del 26-08-2014

Corso di cucina per celiaci e intolleranti al lattosio

Le persone intolleranti a glutine e lattosio stanno diventando sempre di più.

Con la Scuola dei Sapori di Treviglio ho organizzato un corso di cucina teorico-pratico in cui verrà fatta chiarezza sul mondo delle intolleranze, ma contemporaneamente lo Chef Roberto insegnerà  e cucinerà insieme ai partecipanti piatti buoni, golosi e salutari adatti a chi soffre di celiachia o di intolleranza al lattosio.
Il corso si terrà il 13 febbraio 2014 alle ore 20:00.

Intolleranza al lattosio, intolleranza al latte, allergia al latte…che confusione!!!

Effettivamente stanno aumentando tutti i fenomeni di intolleranza e allergia, ma di pari passo aumenta anche la confusione.
Il “mal di pancia” dopo ave bevuto il latte o mangiato formaggio è allergia? E’ intolleranza? E’ intolleranza al lattosio? O al latte?
Spesso capita di sentir parlare di un fenomeno al posto di un altro, pensando erroneamente che si tratti della stessa cosa.

Facciamo chiarezza.latte

Intolleranza al lattosio. Si tratta di un deficit enzimatico che non permette di digerire lo zucchero del latte, il lattosio, appunto. Non è un fenomeno allergico, sebbene i sintomi spesso si manifestino quasi subito dopo l’ingestione dell’alimento. Nella maggior parte dei casi si tratta di una predisposizione, cioè, nel DNA c’è scritta l’informazione che poi porterà al manifestarsi dell’intolleranza. Spessissimo non è un fenomeno reversibile, cioè non basta astenersi per qualche mese dal lattosio, che “poi passa”, ma permane per tutta la vita. Occorre eliminare dall’alimentazione tutto ciò che contiene lattosio. Quindi, se un formaggio è molto stagionato e contiene solo tracce di questo zucchero, si può mangiare abbastanza tranquillamente.

Allergia al latte. Si tratta di una reazione allergica vera a propria che può dare sintomi non solo legati all’apparato digerente. In questo fenomeno sono coinvolte le proteine del latte che fungono da allergene e non il suo zucchero. Occorre eliminare l’alimento latte e tutti i suoi derivati, formaggi stagionati compresi.

Intolleranza al latte. Si tratta di un fenomeno che si potrebbe definire “infiammazione cronica di bassa entità”. In pratica: mangiando spesso un certo alimento, questo induce una risposta infiammatoria nell’organismo che si manifesta nei modi più svariati: dal sintomo gastroenterico classico quale gonfiore, scarica o semplice addominalgia a quello più strano e più difficilmente correlabile all’assunzione di latte, come comparsa di afte, cefalea o emicania, prurito, stanchezza, insonnia…Fortunatamente questo tipo di intolleranza non è permanente, ma basta semplicemente eliminare l’alimento in causa per qualche tempo, utilizzare fitoterapici specifici (come la boswellia o l’aloe) e l’intolleranza si risolve.

Mi auguro di aver chiarito un po’ le idee.
Di conseguenza ora diverrà facile intuire che esistono diversi tipi di analisi che permettono di indagare l’uno o l’altro fenomeno.
Quindi: il Citotest si utilizza nella ricerca dell’intolleranza all’intero alimento, il breath test per la ricerca dell’intolleranza al lattosio, mentre il RAST test si usa per la ricerca dell’allergia.

Un ultimo consiglio: non fate autodiagnosi, potrebbe essere pericolosa e fuorviante.

Aiuto!!! Mi hanno diagnosticato la celiachia!

Ciò che state per leggere non sarà qualcosa che parla “tecnicamente” della celiachia.

Ciò che state per leggere vuole solo essere una breve testimonianza e, possibilmente, uno spazio di condivisione per celiaci.

Quando viene diagnosticata la celiachia….ti si ferma per un attimo il cervello e ti chiedi: “E adesso cosa mangio?”

A casa mia è successo! E non è una bella notizia. Non tanto perchè ci si sente malati, ma perchè, all’improvviso, ci si sente condannati a non mangiare mai più le cose buone che si è sempre stati abituati a mangiare: la pasta, le lasagne, le brioches, le torte…
Il passo successivo è il sentimento di paura nuovo causato dalla contaminazione degli alimenti privi di glutine da parte di qualcosa che lo contiene. Questo credo che sia veramente il grandissimo problema del celiaco. Provate a non dover tassativamente introdurre più di 20 parti per milione di glutine nella vostra dieta giornaliera, in un posto dove il frumento è ovunque e dove si è fatto di questo cereale una sorta di orgoglio nazionale!
Impresa titanica e veramente ansiogena e demoralizzante.
Ma c’è altro. La domanda che sorge spontanea, soprattutto ad un bambino, come mia figlia, è: “ma sarà così per tutta la vita?” E una mamma che deve rispondere di sì, potete altrettanto immaginare come possa sentirsi.

Fortunatamente, dopo qualche giorno di sconforto uno incomincia a reagire.
La prima cosa che ho fatto, ma credo che abbiano fatto in molti, soprattutto se mamme, è gettarsi a capofitto nella cucina che piano piano (anzi, piuttosto velocemente) si sta liberando del neo-veleno e di reinventare le ricette.
Fortunatamente, la scuola di cucina presso cui tengo alcuni corsi, molti siti in internet e l’Associazione Italiana Celiachia danno un importante aiuto nel destreggiarsi in questo nuovo modo di cucinare.

Ora il panico sta lasciando il posto ad una nuova sensazione. Sto incominciando ad appassionarmi di cucina senza glutine, scoprendo nuovi gusti. Cereali poco utilizzati fino a poco tempo fa come il mais, la quinoa, il miglio fanno sentire la loro presenza in piatti sia dolci che salati in modo del tutto originale e stimolante. Ho scoperto che si può creare il lievito madre per la panificazione anche partendo dal riso e dal mais; ho scoperto che il pane viene buonissimo ricostruendo il reticolo proteico del glutine miscelando ingredienti che prima non avrei mai pensato di mettere nell’impasto della pagnotta casalinga, le torte per la colazione vengono sofficissime senza farina di frumento.
Riesco a vedere ora la celiachia come un’opportunità di scoprire una nuova strada nell’alimentazione della mia famiglia, sicuramente molto più consapevole di prima. Mia figlia? Sta capendo che anche senza glutine si mangia bene, senza essere costretti a comprare le cose solo nei negozi dedicati, come se lei fosse diversa dagli altri…anzi, è piuttosto soddisfatta perchè le sue amiche gradiscono moltissimo le merende che preparo quando si trovano per fare i compiti. Meno male!!