Gli effetti dell’ictus sulla flora batterica intestinale

Sono molti ormai gli studi che evidenziano come il cervello e l’intestino siano strettamente correlati.
Ne riporto uno che riguarda le modifiche dell’intestino e del suo microbioma causate dall’ictus.

Un gruppo di ricercatori ha evidenziato che l’ictus che colpisce il cervello ha un’immediata ripercussione sulla flora batterica intestinale, protraendosi per almeno 28 giorni.
Si evidenziano diverse modifiche nella composizione della microflora intestinale.
La famiglia delle Bifidobacteriaceae, batteri buoni per il nostro intestino, diminuisce dopo l’evento cardiovascolare. Le Bifidobacteriaceae sono molto importanti in quanto permettono di mantenere sano l’apparato digerente e, nel caso particolare dell’evento patologico in questione, sembra siano anche associati ad un recupero migliore.
Non è tutto.
I batteri appartenenti alla famiglia delle Helicobacteraceae aumentano nel lungo periodo dopo l’ictus, cosa che rallenta il processo di guarigione.
Infine, viene modificato il rapporto fra altre due famiglie di batteri, Firmicutes e Bacterioidetes. Si nota un notevole aumento dei primi. Si sa da tempo che questa famiglia batterica è correlata all’obesità, all’insorgenza del diabete e all’infiammazione cronica.

L’ictus influenza non solo la microflora, ma anche la struttura dei villi intestinali. Se in un intestino sano essi sono ben strutturati, con formazione di cripte tra di loro ben ordinate, nell’intestino dei soggetti compiti da ictus si nota un marcato aumento di spessore ed una riduzione degli spazi esistenti tra di loro. Questo significa che, nel soggetto patologico, l’assorbimento dei nutrienti avviene in modo inefficace. Una scarsa circolazione di sostanze nutritive non fa altro che rallentare e compromettere la guarigione nel distretto cerebrale e non solo.

Questo studio evidenzia che lo stato di salute dell’intestino influenza pesantemente lo stato di salute del cervello e, aggiungerei, di tutto l’organismo. I ricercatori hanno ipotizzato che, in futuro, la cura dei pazienti colpiti da ictus non dovrebbe concentrarsi solo sul recupero delle funzioni cerebrali, ma anche sul ripristino del corretto rapporto tra le varie popolazioni batteriche intestinali.

(West Virginia University. “Rsearchers explore stroke’s effects on microbiome.” ScienceDaily. ScienceDaily, 12 March 2019)

Apporto proteico nel danno della colite

La riparazione del danno della mucosa intestinale dopo una riacutizzazione infiammatoria è associata ad una remissione clinica duratura.

Per valutare l’impatto della riparazione mucosale dopo un episodio acuto di colite, ad alcuni topi è stata somministrata una dieta isocalorica ma con contenuto di proteine diverso. Ad un gruppo è stato somministrato il 14% di proteine, ad un altro il 30% e ad un terzo gruppo il 53%.

Il 53% di proteine nella dieta ha fatto peggiorare lo stato infiammatorio sia in intensità che in durata. La dieta con il 30% di proteine, rispetto a quella con il 14%, ha evidenziato un processo di riparazione epiteliale duraturo, accelerando la risoluzione dell’infiammazione, riducendo la permeabilità intestinale e aumentando la ristrutturazione della mucosa.

L’assunzione proteica nella dieta ha anche un impatto sulla composizione della flora batterica intestinale dopo l’episodio infiammatorio. In particolare, la dieta al 30% mostra un aumento della colonizzazione dei generi “benefici” che producono butirrato, ovvero il nutriente delle cellule intestinali.

In conclusione, lo studio ha dimostrato, in un modello animale, che la quantità di proteine nella dieta modula la riparazione della mucosa del colon. I maggiori effetti benefici si ottengono attraverso un apporto moderato di proteine, mentre una dieta altamente proteica mostra effetti deleteri in questo processo di riparazione.

Nella pratica clinica, l’apporto moderato di proteine è in grado di velocizzare la remissione dei sintomi colitici, migliorando, altresì, la funzionalità della mucosa e la composizione batterica; al contrario, un eccesso di proteine, peggiora la sintomatologia, avendo effetti negativi sullo stato infiammatorio che permane nel tempo.

 

(Nutrients 2019, 11(3); 514)

Frutta a pasto: sì o no?

La frutta e la verdura, si sa, vanno mangiate ogni giorno. Le linee guida suggeriscono di consumarne cinque porzioni al giorno. Non è difficile: due o tre frutti e due o tre porzioni di verdura. Le forme in cui si possono consumare sono veramente tante. Possiamo mangiare la frutta cruda, cotta, in macedonia, o come succo nei casi in cui siamo impossibilitati a consumarla tal quale. Le verdura si consuma cotta, cruda, in minestra e in passato o creando sformati fantasiosi e gustosi. È veramente facile raggiungere gli obiettivi raccomandati.

Un dibattito sempre molto acceso riguarda il consumo di frutta. Spesso ci si chiede se essa debba essere mangiata lontano dai pasti, prima, dopo, durante.

Ultimamente, la credenza di moda più diffusa obbliga molti a pensare che se la si consuma a fine pasto, questa possa interferire nei processi digestivi e provochi gonfiori addominali.

Niente di più sbagliato.

La frutta è un ottimo alimento in ogni momento della giornata. Se la si consuma come spuntino, ci permette di sentirci sazi ed eliminare il languorino di metà mattina o metà pomeriggio e permette di contrastare l’ipoglicemia che ci potrebbe spingere a mangiare in modo disordinato, con le prime cose che capitano. Se la si consuma in apertura del pasto, la frutta permette di affrontare il resto delle portate con meno fame e quindi offre la possibilità di mangiare con più calma e in modo più controllato. A fine pasto, essa ci dà l’idea di “conclusione” riducendo la voglia del dessert.

Dal punto di vista nutrizionale, è un’importante fonte di vitamine, sali minerali, antiossidanti che aiutano, non solo i processi digestivi, ma ne contrastano l’infiammazione fisiologica indotta.

Solo nei casi in cui l’ambiente digestivo non sia in equilibrio si possono avere gonfiori legati al consumo della frutta a pasto, a causa del suo contenuto di oligosaccaridi e fibre idrosolubili. In questo caso, potrebbe essere considerata come campanello d’allarme per capire che occorre rivedere le abitudini alimentari che hanno causato infiammazione e disbiosi, in particolare nell’intestino. Di grande aiuto potrebbe essere anche un’integrazione ragionata di probiotici per il miglioramento quali-quantitativo della flora batterica, accanto ad un intervento fitoterapico atto al ripristino della funzionalità della mucosa intestinale. Piante molto interessanti, allo scopo, sono la boswellia e il noce.

Nuova smentita della dieta dei gruppi sanguigni: il profilo cardiometabolico migliora allo stesso modo per ogni gruppo, purché si segua un regime alimentare bilanciato

Questa ricerca aggiunge nuove certezze, evidence-based, all’inconsistenza della “dieta dei gruppi sanguigni”, che dal 1996 ha fatto la fortuna dei suoi inventori, nonostante non abbia mai prodotto alcuna chiara evidenza scientifica.
Va ricordato che i quattro profili alimentari proposti dalla “dieta dei gruppi sanguigni” sono sostanzialmente dettati dal buon senso e riconoscono una base comune nel maggior consumo di verdura e frutta e nell’esclusione o limitazione degli alimenti molto lavorati.
A 973 soggetti sovrappeso o obesi è stato proposto di seguire per sei mesi un regime corretto e bilanciato, in gran parte ispirato alla dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), indipendentemente dal proprio gruppo sanguigno. Sia prima, sia al termine dello studio, l’alimentazione seguita è stata inoltre valutata in base all’appartenenza dei soggetti a uno dei quattro genotipi A, B, AB, zero.
Dopo sei mesi il miglioramento del profilo cardio-metabolico è apparso del tutto indipendente dal genotipo ABO di appartenenza. Per esempio, tra tutti i soggetti (indipendentemente dal fatto che fossero A, B, AB o zero) che avevano fatto scelte alimentari simili a quelle suggerite per il genotipo A è stata rilevata una riduzione soprattutto del BMI; chi aveva scelto alimenti consigliati per il gruppo B ha ridotto di più il girovita; infine, chi aveva preferito alimenti più vicini alla dieta del gruppo O aveva ridotto entrambi. Questi risultati possono spiegare il successo mediatico della dieta del gruppo sanguigno che ha generalmente molti punti in comune con la dieta “prudente”.
Gli Autori ribadiscono quindi che, per ottenere benefici reali, è necessario badare alla qualità (correttezza ed equilibrio) complessiva delle scelte alimentari, senza escludere a priori alcun alimento o nutriente, e non al proprio gruppo sanguigno.

(Fonte: Wang J, Jamnik J, García-Bailo B, Nielsen DE, Jenkins DJA, El-Sohemy A.
J Nutr. 2018 Apr 1;148(4):518-525. doi: 10.1093/jn/nxx074.
23-04-2018; Nfi Nutrition foundation of Italy)

L’ontano nero: l’albero magico di Venezia

Ontano nero: Alnus glutinosa, dal celtico “al lan” ovvero presso le rive.

E’ il tipico albero che vive nei pressi dei corsi d’acqua, nelle paludi e nei luoghi fangosi. Si trova tra la vegetazione spontanea dell’Italia, molto ben rappresentato in pianura Padana e nelle prime zone collinari.

L’ontano è già menzionato nell’Odissea, in cui si racconta che “Colei che nasconde gli uomini” vivesse in una grotta circondata da un bosco fatto di ontani, cipressi e pioppi. Ontano chiamato “albero delle streghe”, legato alle Parche reggenti il destino dell’Uomo, la porta dell’Oltretomba, l’albero che sanguina, l’albero della rinascita, l’albero cosmico. Insomma, un signore di tutto rispetto, che ha stregato ed affascinato l’Uomo della civiltà mediterranea ed europea. Senza avere la presunzione di pormi al livello dei saggi delle grandi epoche, vorrei dire anch’io la mia: l’ontano ricorda un essere forte, potente, severo, saggio, benevolo, taumaturgico.

Tutto questo non è però un caso, come si vedrà.

Venezia è stata costruita, per molta parte di essa, su pali di ontano piantati nel fondale della laguna. Il legno, una volta bagnato, si indurisce moltissimo, diventando quasi impossibile da disruggere.

L’ontano, se tagliato, assume un colore rosso simile al sangue.
Vivendo nelle zone paludose e umide, infestate di zanzare, tipiche delle pianure del nord Italia, tende a bonificare il terreno con il suo fogliame estremamente nutriente e le radici che si possono scorgere negli argini dei corsi d’acqua creando così riparo per i pesci; per analogia esso sarà in grado di curare tutto ciò che si presenta rosso e ricco di siero e “stagnante”: l’infiammazione. Infatti, le sue gemme sono utilissime in tutti gli stati flogistici, di ipertrofia dovuta ad allergie respiratorie e di punture di insetti e orticaria di vario genere, negli stati di gotta, nelle aderenze post-chirurgiche e post-infiammatorie, nelle otiti sierose e in alcune malattie esantematiche. E’ il rimedio complementare agli antibiotici nella cura di postumi flogistici non risolti. Molto utile, alternato a Ribes nigrum e abbinato a piante specifiche per l’apparato su cui si vuole agire, nella prevenzione e nella cura delle allergie respiratorie che regrediscono fino a risoluzione in molti casi.
Il gemmoderivato è uno dei pochi dal gusto leggermente amaro e astringente, ma cosa ci si può aspettare da un albero così severo e potente?
L’ontano è estremamente efficace nel ridurre al nulla il fastidio delle punture delle zanzare. Se usato costantemente a dosi minime per tutto il periodo estivo, le zanzare non saranno più un problema.

Tradizionalmente, gli impacchi con le foglie di ontano fungevano da antireumatico; il decotto di corteccia era usato per curare le gengiviti.

Nell’industria tintoria, la corteccia, opportunamente lavorata, si usava per colorare di nero e per conciare le pelli, mentre se mischiata con le gemme, permetteva di ottenere il giallo.

Se durante una passeggiata in campagna vicino ai fiumi o ai corsi d’acqua lo incontrerete, salutatelo con rispetto:  “Lui” la sa lunga…

 

Incontro a tema “La Bellezza Della Nutrizione”

L’alimentazione dall’Antica Roma ai giorni nostri, la singolare bellezza della dieta mediterranea; i principali errori a tavola e come strutturare un pasto bilanciato in poche mosse.

Questi saranno gli argomenti trattati nella serata del 21 settembre, insieme alla psicologa dottoressa MIchela Corti che svilupperà gli aspetti psicologici legati alla convivialità.

La celiachia non è una moda

Oggi più che mai sta prendendo piede la “moda” delle intolleranze alimentari. A volte si ha paradossalmente l’impressione che i non intolleranti stiano dalla parte sbagliata. Ci sono intolleranze veramente molto fantasiose, determinate da test altrettanto fantasiosi. Talvolta, nemmeno chi risulta intollerante sa con chiarezza verso cosa lo sia veramente e se lo sia davvero. Ecco nascere intolleranti al lattosio che tollerano il latte di capra ma non il latte di soia, chi invece sostiene di esserlo ma se mangia una torta con del burro non se ne accorge, intolleranti al lievito di birra che stanno male anche mangiando biscotti (che notoriamente non lo contengono), ci sono gli intolleranti alla caseina ma non al latte, gli intolleranti alle mele rosse ma non a quelle gialle. Vogliamo poi parlare dei prodotti di bellezza come le creme per il corpo, per esempio, che riportano in etichetta la dicitura “non contiene glutine”? Ma come?! Un intollerante o un celiaco sarà talmente stupido da mangiarsi un cosmetico? Non direi. Assurdo.

La fantasia e il profitto, piuttosto che il buon senso e la Medicina, la fanno da padrone.

In questo mare magnum i cui flutti sono troppo spesso governati dalle più buffe teorie pseudo-salutistiche esistono però i veri intolleranti, ahiloro (perché lo sono veramente; perché vengono trattati come paranoici)! E stanno veramente male.

Esistono basi genetiche, biochimiche, fisiologiche e ambientali intimamente interconnesse alla base di queste problematiche. La celiachia, per esempio. Patologia con diagnosi in aumento; si calcola che in Italia i celiaci siano l’1% della popolazione, attualmente ancora sottostimati.

La celiachia è una patologia autoimmune, in cui è presente una infiammazione cronica dell’intestino, scatenata dall’ingestione di glutine nei soggetti geneticamente predisposti. Questa sostanza si trova in cereali quali il frumento, l’orzo, il farro, per citarne alcuni. La celiachia può palesarsi in quegli individui che, oltre ad averne l’informazione nel proprio DNA, sono sottoposti a stimoli ambientali (soprattutto dovuti ad uno squilibrio della flora batterica intestinale) e biochimici di vario genere che ne fanno scatenare la manifestazione. Una volta “accesa”, non si torna più indietro. L’unica cura possibile è la dieta ferrea gluten-free, che viene considerata il solo farmaco ad oggi esistente. Tanto è vero che il SSN fornisce di un buono mensile il celiaco per la spesa di generi alimentari primari e sicuri da spendere nelle strutture aderenti.

Il celiaco vede la propria condizione di salute peggiorare se solo ingerisce 20 parti per milione di glutine al giorno, vale a dire: egli non può superare i 20 microgrammi di glutine al giorno. Se ciò succede, il sistema immunitario si attiva in modo anomalo, andando a colpire le strutture corporee. Questa è la gravità della cosa. La celiachia, se non ben curata a vita, può portare ad osteoporosi precoce, dermatite erpetiforme, poliabortività, ritardo della crescita e dello sviluppo puberale, atrofia della tiroide, diabete insulino-dipendente, denutrizione, stanchezza cronica e nella peggiore delle ipotesi a linfomi intestinali. Non esistono i gradi di morbo celiaco, ma solo persone che presentano sintomi più o meno evidenti; certamente il danno organico avviene in ogni caso.

La convivenza con un celiaco obbliga a prestare la massima attenzione per evitare ogni sorta di contaminazione che possa far superare la soglia dei 20 ppm di glutine e quindi è d’obbligo separare tutti gli alimenti pericolosi, lavarsi le mani ogni volta che si manipola qualche alimento destinato al celiaco, utilizzare solo pentole, stoviglie e posate perfettamente lavabili, separare la cotture, eliminare ogni residuo di cereale tossico dalla tavola. Se poi volgiamo lo sguardo alla ristorazione, la situazione si complica ulteriormente. I locali che possono somministrare in modo sicuro gli alimenti ai celiaci devono avere strutture dedicate come forni per pizze separati o cucine separate. In Italia l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) svolge un grandissimo lavoro di informazione, facendo balzare il nostro Paese tra i migliori al mondo (se non il primo in assoluto) per organizzazione e per tutela del paziente celiaco. Purtroppo però, proprio a causa di una disinformazione ancora troppo diffusa, spesso l’alimentazione fuori casa diventa problematica. Molti gestori, infatti, sono convinti che basti cucinare un piatto di pasta gluten-free per accontentare il celiaco, non conoscendo le norme per evitare le contaminazioni crociate che in un locale pubblico si può immaginare quante siano. Un esempio per tutti: il cameriere che serve il pane in tavola e porta il piatto al celiaco senza essersi prima lavato le mani.

Generalmente i celiaci sono ben informati sulle regole che occorre seguire per la tutela della propria salute, per cui, quando li si invita a cena o in un ristorante, sarebbe bene ascoltare le loro richieste: non stanno seguendo una moda, stanno salvaguardando la propria salute nell’unico modo possibile.

Congresso “Stomia, occasione di vita”

Sabato 24 ottobre 2015 ho partecipato in qualità di relatore al 2° Congresso organizzato dall’Associazione Bergamasca Stomizzati”.
Ho avuto modo di conoscere questa associazione qualche anno fa, grazie ad una signora dalla vitalità immensa che si è rivolta al mio studio per un problema alimentare legato alla sua stomia.

Per coloro che non ne fossero a conoscenza, la stomia è una struttura che interrompe il normale decorso dell’intestino facendone fuoriuscire il contenuto prima che esso giunga alla sua terminazione anatomica. Questo efflusso si raccoglie in un sacchetto che la persona deve gestirsi a vita attaccato all’addome. La stomia è il risultato, quindi, di una resezione intestinale più o meno ampia, dovuta molto spesso a tumori o altre gravi patologie che colpiscono quest’organo. Come si può facilmente immaginare la situazione non è delle più piacevoli: problemi con l’alimentazione, con le evacuazioni, con la formazione di cattivi odori che compromettono facilmente la vita familiare e sociale dei portatori. Ovviamente, la situazione psicologica ne risente pesantemente.

Sebbene il congresso a cui ho partecipato fosse dedicato alle figure sanitarie, erano presenti anche molti stomizzati.
Ciò che mi ha colpito proprio di questi ultimi è stata la forza che dimostrano nel parlare davanti ad un pubblico vasto della loro stomia e della loro storia clinica. Ci sono uomini e donne che hanno vissuto un’esistenza veramente sfortunata. Una malattia dopo l’altra; un intervento dopo l’altro e un trauma dopo l’altro; storie di tumori, malattie genetiche rare, nascite con deficit invalidanti. Eppure, grazie alla condivisione esperienzale, hanno trovato la forza di rialzarsi e ritornare ad essere artefici della propria esistenza e della propria felicità con grande consapevolezza. Grazie alla stomia (se così possiamo dire!), hanno scoperto di non essere soli nella loro storia, hanno scoperto cose riguardanti se stessi e l’alimentazione che prima non sapevano: si sono arricchiti con la conoscenza di sè, aumentando anche il rispetto verso gli altri.

Mentre rientravo a casa, non potevo fare a meno di riflettere su queste persone, ai loro volti che si rivolgevano a noi professionisti affamati di conoscere e curiosi di sapere sempre di più.
Mi dicevo che non è giusto avere fame di conoscenza e di rispetto solo dopo aver passato il terrore della malattia che obbliga a cambiare parte della propria vita…occorre pensarci prima.

Mangiare, pensare, agire e apprezzare ciò che si ha in modo sano, semplice, pulito, rispettoso. Credo sia questo il punto.